TrasPARENTE: l’intervista. Dai live con Benvegnù al Flamenco, e il nuovo disco…

di Francesco Bommartini

Marco Parente, classe 1969, Napoli. Ci conosciamo bene. Con lui ho condiviso suonate e presentazioni dei miei libri a Verona, Padova, Trento, Firenze, quest’ultima città in cui vive e da cui mi ha chiamato per questa intervista. Le sue prime suonate serie risalgono al 1996. 8 album, 3 libri, 2 progetti paralleli all’attività solista. Anzi, 3…ed è proprio da qui che partono le mie domande.

Come è andato il giro di concerti con Paolo Benvegnù? Hai respirato ancora l’atmosfera dei Proiettili Buoni?

No, i Proiettili Buoni si sono ripresentati solo suonando la titletrack. Quello è stato un piccolo tratto della storia e dell’incontro con Paolo, avvenuto molto tempo prima. Lui aveva lasciato gli Scisma, io i CSI e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Mi ha traghettato nell’esordio con Mescal, Trasparente. E’ stato un periodo di condivisione, con Paolo che dormiva spesso a casa mia. Poi ognuno ha preso la sua strada. I Proiettili Buoni non erano altro che canzoni rimaste fuori dal mio primo disco. Riascoltandole all’epoca avevo avuto un impeto di giustizia, che mi aveva spinto a contattare Paolo. Allora come oggi lui era stato subito pronto. In quel gruppo c’erano anche Andrea Franchi alla batteria e Gionni Dall’Orto al basso. Eravamo una scheggia impazzita, una parentesi. Avevamo superato tutta una serie di sovrastrutture. Abbiamo sempre chiesto molto al pubblico ma credo che anche da parte nostra ci sia stata una grande generosità. Con l’ultimo spettacolo “Lettere al Mondo” abbiamo cercato di ridare al pubblico quello che ama di più. Io i pezzi preferiti dal mio pubblico non li facevo da tanto tempo. E’ stato un atto di generosità.

Sono certo che il pubblico ne sia stato contento…

Sì, è stata una cosa molto naturale, anche l’avvicendarsi delle date. Le abbiamo cercate da soli. Non ci sono state date che non hanno funzionato. Anche tra me e Paolo ci sono state alcune sorprese sul palco. A maggio dovevamo ripartire con “Lettere al Mondo”. Ne uscirà anche un libro, per People, saranno i testi delle canzoni riportati con della prosa in aggiunta. Come d’altronde avviene durante il concerto, con racconti di quello che abbiamo vissuto, e alcuni aneddoti, ampliati.

Come è nato il video che tu e Paolo Benvegnù avete girato per Wake up qualche mese fa?

Fu la prima ufficiale a Caramanico Terme, in Abruzzo. Eravamo nell’auditorium di questo convento. Da due giorni io e Paolo stavamo facendo prove per il tour, in una situazione organizzata dai ragazzi della Cantina Majella, che ha sempre una splendida programmazione. Questa troupe di “Oh-no! Tapes” è venuta a girare un pomeriggio. Ci hanno fatto fare il brano un paio di volte, con microfoni panoramici, tutto molto naturale. Un po’ come l’idea del lavoro con Paolo: all’inizio i concerti volevamo farli senza filo. Quando ci siamo ritrovati è stata anche una sorpresa scoprire come le nostre due voci fossero così orchestrali…

Confermo: specie nella parte del video in cui salite molto di tono c’è una grande vicinanza vocale. Voi chiedete molto ma date anche una profondità diversa rispetto a quello che sento oggi a livello cantautorale. Tra i cantautori attuali chi apprezzi maggiormente e perché?

Non voglio passare per snob, o per critico…ma ho sempre avuto una difficoltà nel definirmi cantautore. Nel senso generale del termine. L’ho sempre accettato nel senso letterale. Ma se poi devi rientrare in un’estetica, e quella italiana è ingabbiante, non mi piace. Devi essere sempre legato alla parola, ma per me la musica ha un grado superiore di comunicazione. Ho passato varie fasi. Allo stato attuale non ascolto cantautori, neanche stranieri. Quindi, ahimè, non sono molto informato su quello che gira.

Che cosa ascolti?

Negli ultimi 2-3 anni ho ascoltato flamenco, approfondendo, grazie anche a mia moglie, che sta proprio studiando in quel senso. Essendo curioso sono entrato in quel mondo. Il mondo del flamenco è incredibilmente alto e ricco. Non pensiamo ai Gipsy Kings, che non hanno attinenza. Il flamenco mi ha dato una scossa. L’ultima volta che mi è successo di avere scosse è stato con l’ultimo dei Radiohead, o l’ultimo Bowie. Ma poi sentivo molta stanchezza, come se effettivamente ci fossi già talmente dentro, in quel discorso, da non stimolarmi più. Il flamenco è un’arte che riguarda tutte le discipline: ballo, ritmo, musica, armonia, estetica, melodia…è una cosa che ho sempre un po’ cercato. La performance, l’unire più discipline.

Ho avuto modo di sentirti in concerto più volte negli ultimi 8 anni. L’ultima ho notato un cambio stilistico importante, più sperimentale, rispetto al cantautorato – seppur distintivo – che ha caratterizzato la tua carriera. E’ quello che ascolteremo anche sul tuo prossimo album che doveva uscire ad ottobre?

Sì. Quello che tu hai visto, l’abuso di quella macchinetta, era avvenuto prima in studio, durante la lavorazione dei pezzi. Il disco nuovo è suonato per il 95% da me, dalla postazione da cui ti parlo, quindi in maniera casalinga. Con un microfono, multieffetto per la voce e il drive. Tutti i provini poi diventavano realtà. Quello che hai sentito è un piccolo esempio di quello che riesco a fare da solo suonando. Perché quello che non mi piace dell’elettronica è quest’attesa continua di vedere qualcuno che in realtà non fa niente. Un’attesa continua perché arrivi il cantante a chiudere un cerchio, cosa che avviene raramente. Da quando è successo questo “guasto al mondo” mi sono bloccato. Non ho avuto, come molti colleghi che in parte invidio, l’orgoglio e lo slancio di reagire. Ho optato per il silenzio. Negli ultimi 35 anni per me è sempre stata un’abitudine fare qualcosa quotidianamente, per il mio lavoro. Ma non mi veniva più. Mi sembrava si fosse spostato il baricentro, mi sentivo inopportuno. Ora si sta sbloccando qualcosa. Con Black Candy siamo concordi di caricare un sacco di cose, anche materiale inedito, già registrato anni fa. Non sto parlando solo di canzoni, ma anche pillole video/audio create apposta, di una trasmissione radiofonica (“Radio Archivi Mentali”) visionaria. Vorrei ripubblicare pure il dvd fatto con Mescal e Neve Ridens un giorno, un tour con tappe strategiche a Firenze. Ha avuto poca circuitazione. Vorrei fare tutto ciò con criteri di bellezza, cosa che non ho visto spesso nelle dirette streaming di questi giorni…

Concordo. Sono cose che da un certo punto di vista possono anche sembrare una rivolta nei confronti di una situazione, ma non mi lasciano mai nulla. Temo sia anche un problema del messo. Secondo me noi non siamo ancora riusciti ad arrenderci al fatto che attraverso i social non possiamo avere una soddisfazione completa…Che rapporto hai oggi con i social network e quale con la carta stampata?

Mah, ho sempre avuto un…buon rapporto con i social. Ero consapevole di rischi, limiti e opportunità. Ho sempre pensato che se c’è del buono si possa usare. Sì, è vero che ci sono limiti oggettivi. Ma se hai idee puoi trovare delle buone vie. Ad esempio, sulle immagini, quando ho iniziato a fare la grafica del disco nuovo ho usato un programma di grafica. Ho fatto pillole creando queste gif, sono venute fuori 10 copertine. Mi sono improvvisato ma, a detta del grafico, è venuto un buon lavoro. Ne è addirittura nato un clip del primo singolo, che sarà pubblicato prossimamente. In questi giorni ho cominciato a fare riprese da qui, giocando con filtri e inquadrature. A volte basta pensarci un attimo. Tutto sommato questi mezzi, per quanto limitati, danno delle possibilità.

Diciamo che prima c’era più selezione all’ingresso…

Sì, più sforzo. Che allena molto l’anima. Ma lo sforzo, nel caso di cui sopra, si può fare. Quello è il grande equivoco del digitale, del web. Impigriscono, ti vogliono distrarre e afflosciarti. Renderti inattivo. Ma tutto questo puoi voltarlo a tuo favore.

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