Intervista a Bjorn “Speed” Strid: i 20 anni di THE CHAINHEART MACHINE e i SOILWORK, ieri e oggi

di Francesco Bommartini

L’idea di intervistare la voce – e l’anima – dei Soilwork è nata pensando a The Chainheart Machine. Il secondo album della band svedese ha infatti appena compiuto 20 anni. Un periodo lungo che, per quanto mi riguarda, rappresenta esattamente quel quid di tempo che mi ha permesso di conoscere il mondo del metal. E proprio The Chainheart Machine è stato uno dei primi album che ho ascoltato.

Ricordo, e lo dico anche all’inizio della video-intervista con Bjorn Strid, quando il mio compagno di superiori e bassista dei Riul Doamnei (Fabrizio Tondini) mi prestò quel disco. Come accadeva spesso allora, lo ascoltai mentre lo registravo su una cassetta vergine. Poi ho sempre ascoltato quintalate di musica, e tantissimo metal.

La video-intervista a Bjorn Speed Strid

I Soilwork ho continuato a seguirli con molto rispetto ed un po’ di distacco. L’amore per le sonorità più dure e i casi della vita non mi hanno comunque impedito di apprezzare A Predator’s Portrait e, più recentemente, Stabbing the Drama e Figure Number Five. Ho però sempre avuto un grande apprezzamento per la vocalità di Bjorn Strid, specie nei suoi Terror 2000.

Il mio speciale sui Terror 2000 per Metal.it

Il concerto che hanno tenuto nel 2019 al Live di Trezzo sull’Adda (nel link trovate la mia recensione per Rumore) è stata come la semi-chiusura di un cerchio, di cui ho trovato l’ultima parte con l’intervista a lui, Bjorn “Speed” Strid, una delle voci più esaltanti del melodic death svedese.

Cosa ricordi del periodo in cui avete registrato The Chainheart Machine e cosa ricordi del mondo di 20 anni fa?

Wow, mmm, sto cercando di ricordare. Avevamo appena finito il tour europeo (in una specie di camper) per Steelbath Suicide e stavamo pensando a come approcciare il nuovo album. Eravamo elettrizzati, si di aver creato Steelbath Suicide che di poter fare un nuovo album e registrarlo nei celebri Fredman studio, lo studio dei sogni per ogni metallaro. In quel periodo siamo cresciuti molto velocemente come musicisti. In quegli anni City di Devin Townsend, con i suoi Strapping Young Lad, ci ha molto ispirati. Quel thrash tecnico mischiato con l’industrial, gli accordi aperti molto atmosferici, qualche ritornello…Anche noi volevamo fare qualcosa di più atmosferico, prendendo ispirazione anche dalla scena di Goteborg. Una realtà che era molto grande, anche se noi eravamo di Helsingborg. Ma volevamo comunque creare qualcosa di personale. Credo che Chainheart Machine sia thrashy ma sinfonico, nella modalità indicata da Malmsteen, come si può notare dagli assoli. Abbiamo cercato di fare qualcosa di ambizioso, di unico, di diverso. Era quello che volevamo all’epoca. Credo sia stato l’ultimo disco registrato nella location originale dei Fredman Studios. Ero molto contento del risultato.

Quanti giorni ha richiesto la registrazione?

3-4 settimane, mi pare. Sicuramente più tempo del precedente, per il quale avevamo lavorato per 2  settimane. Abbiamo cercato di avere un suono più organico. Il primo album era tutto un: “che figata! Senti questo riff che thrash, questa parte è death!”…il secondo è più focalizzato. Ricordo che per la voce io ero più sicuro di me, più veloce a cantare. La possibilità di cantare ogni giorno durante il tour di Steelbath Suicide ha fatto accadere qualcosa. Eravamo mentalmente preparati ed eccitati di poter pubblicare qualcosa di nuovo. Sono passati 20 anni, pazzesco!

Back Cover di The Chainheart Machine

Ti ricordi qualcosa di più del mondo di allora e di come lo vivevi, a 22 anni?

Non avevo (ci pensa)…oh sì, avevo solo 22 anni! Vivevo a Helsingborg, dove ho avuto il primo appartamento nel 1999. Me ne sono andato da casa in quell’anno. Ricordo un sacco di festa, chiacchierate con tanti musicisti. Ho anche registrato con i Darkane…qualche anno prima. Ascoltavamo tanta musica insieme agli altri della band. Henry Ranta (batteria) e Ola Flink (bassista) condividevano un appartamento. Mi ricordo seduto in quell’appartamento all’ultimo dell’anno. Abbiamo suonato a mezzanotte, con diversi gradi sotto zero. E’ stato pazzesco. La musica è stata una parte grande della mia vita, sempre, soprattutto allora. Vivevo in una bolla. Era tutto facile, ogni cosa. Non mi facevo domande esistenziali allora. Tutto avveniva naturalmente.

Sei l’unico membro originale di Soilwork. Ti sei tenuto in contatto con i musicisti che hanno registrato The Chainheart Machine?

Sono rimasto in contatto con Peter (Wichers). Tutto bene con lui. Nessun problema, nessuna stranezza. Non sento Henry (Ranta) da molto. Ho provato anche a scrivere un paio di volte a Ola Flink, ma non mi ha mai risposto. Non so perché. Non credo ci sia niente che non va tra noi. Credo semplicemente che si voglia lasciare alle spalle la vita precedente. Ora fa il secondino. Ha smesso con la musica, si vede che non voleva continuare. Posso anche ammirarlo. Non è sempre facile svegliarsi in un tour bus nel mezzo del nulla, senza sapere dove ti trovi. Capita sicuramente di chiedersi “cosa e perché lo sto facendo”? Non è facile stare via un mese in tour, poi tornare, poi ripartire. E non è facile far coesistere la normale vita casalinga con questo modo di vivere. E’ comprensibile una visione diversa. Spero che stiano tutti bene.

Penso che sia la reale differenza tra essere o fare l’artista…

C’è molta incertezza. Non è una vita stabile, quella del musicista. Nemmeno finanziariamente. Quando cresci e magari ti devi sposare, parlare di bambini ecc…è dura. Forse voleva qualcosa di più stabile…

Quali sono le differenze tra la composizione dei Soilwork di oggi e quelli di 20 anni fa?

Credo che gli ultimi 3 album siano molto connessi con i primi 3. Figure Number Five, Stabbing the Drama e Sworn to a Great Divide penso siano album ottimi, specie Stabbing the Drama. A quel tempo ero molto orgoglioso. Voglio essere chiaro: sono fiero di tutti, ma quei tre dischi non coincidono con quello che volevo fare con i Soilwork quando li ho fondati. Credo che gli ultimi 3 album siano più connessi con quello che voglio fare davvero. Figure, Stabbin e Sworn non suonavano focalizzati nello stesso modo. Sono molto groovy, catchy ecc. Ma i riff dei Soilwork non devono essere per forza bouncy, secondo me. Quei tre lavori sono stati influenzati dal sound americano. Molte death metal band svedesi hanno cominciato a fare tour in America in quel periodo, con un sacco di metalcore bands. C’è stato un influenzamento bidirezionale: la scena svedese ha influenzato quella americana e viceversa.

Quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato The ChainHeart Machine e cosa ne pensi ora?

Non l’ho ascoltato per molto tempo. Credo che l’ultima sia stata quando Netflix mi ha contattato per la serie The Oa. Volevano usare una canzone da quell’album, Possessing The Angels. E’ accaduto 3 anni fa. Perché quella canzone? Perché non dall’ultimo album? Chi lo sa!

Quella è una delle più thrash dell’album…

Ricordo l’emozione di quando ho scritto quella canzone. Vivevo con i miei genitori in un piccolo paese e anni dopo Netflix mi ha chiesto proprio quel brano. Non una novità. Chi l’ha scelta dev’essere stato un fan dei Soilwork old school. Ho visto l’episodio di The Oa, il secondo della seconda stagione, se non sbaglio. Puoi sentire la canzone in sottofondo, a basso volume, con la mia voce che urla nel mezzo del brano, durante una scena molto sanguinolenta, durante un omicidio. Surreale! Mi ha dato una nuova prospettiva sulla cosa. Ho avuto la conferma che quel disco ha influenzato molta gente, soprattutto tante band metal americane. Anche Natural Born Chaos ha avuto molta influenza, un’ulteriore sfumatura direi.

Credo che anche A Predator’s Portrait sia un passaggio importante per la vostra crescita, perché siete stati in grado di unificare in un unicum aggressività e melodia. Tornando a The Chainheart Machine qual è la tua canzone preferita e il tuo testo preferito?

Wow…lasciami pensare (guarda i testi su internet). La mia preferita è Millionflame. Non ricordo esattamente il testo ma leggendo il nome ho realizzato nuovamente quanto sia connesso con quella canzone.

Millionflame live

Ricordi come è stato il tour relativo a quell’uscita?

Certo. Non abbiamo fatto un tour europeao come per Steelbath Suicide. Facevamo show nei weekend. Ricordo concerti in Belgio, in Olanda…un paio di volte con i Darkane. Erano weekend pazzi e lunghissimi! Ricordo anche live con Angelscorpse, Defleshed, Marduk, Cannibal Corpse.

Molto brutale…

Il pubblico ci urlava di andare a casa! Erano puristi del metal. Tempi interessanti. Prima che il disco fosse pubblicato andammo in Giappone.

Come fu?

Da teenager avevo volato solo una volta fino a Stoccolma. La seconda volta da Copenaghen al Charles De Gaulle di Parigi, per poi ripartire per Tokyo. Pazzesco, è stato uno dei periodi più incredibili della mia vita. “Andiamo in Giappone!”. Quando l’ho detto ai miei genitori forse hanno capito che la mia passione stava diventando una cosa seria. Siamo passati dal viaggiare in Europa in camper a suonare con Ozzy Osbourne. Poi siamo tornati in Giappone per ogni album, circa 10 volte. Si è creata una bella relazione con quel territorio, con quella gente. E ho realizzato che questa vita può funzionare. Tempi da sogno. Un sogno che diventa realtà.

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