110 e lode per la tesi sul Death Metal scritta da un ragazzo toscano, tra Morbid Angel, Death e…Subhuman

di Francesco Bommartini (sostieni il blog con un caffè al mese https://www.patreon.com/accessoriservato)

Si chiama Gabriele Lazzerini l’autore da 110 e lode della tesi sul death metal che sta facendo parlare gli amanti del genere di tutta Italia. Il titolo completo dell’elaborato é “Produrre l’impatto: verso una definizione dell’esperienza d’ascolto del death metal”. 30 i dischi presi in esame: da Cause of Death degli Obituary a Indecent and obscene dei Dismember, da None so Vile dei Criptopsy a Nightmare made flesh dei Bloodbath, passando per Considered Dead dei Gorguts, Symbolic dei Death, Fury and Flames degli Hate Eternal, Surgical Steel dei Carcass…un modo per coprire anche cronologicamente l’evoluzione del genere.

Da quanto si può evincere dall’intervista qui sotto, Gabriele ha un approccio tutt’altro che manieristico nei confronti della materia. Ed è anche andato a ricercare album francamente inaspettati. Tra questi Tributo di Sangue degli ottimi Subhuman, che ho visto live a La Spezia nell’estate 2018.

In cosa consiste esattamente la tua tesi e quanto lavoro ti ha richiesto?

Ciao Francesco, ti ringrazio per il tuo interessamento. Alla base della mia tesi c’è un interrogativo di più ampio respiro sulle motivazioni per cui l’essere umano continua ad ascoltare e a fare musica oggi. Mi pongo da sempre un sacco di domande che a loro volta ne generano altrettante, e di base posso dirti che circa tre anni fa le riduzioni – per me troppo semplicistiche – al gusto soggettivo, al tanto reclamato “istinto” e alle necessità di tutto il regno animale di comunicare in maniera artistica e creativa non sono più bastate. Già questi ultimi punti sono estendibili di “perché” a cui sarebbe bello, un giorno, poter dare risposta. E dato che sono proprio i dettagli a dar forma alle vite e al pallore del quotidiano, appena finito il percorso di laurea triennale a Pisa, ho deciso di trasferirmi a Cremona iscrivendomi al biennio magistrale in Musicologia. Tagliando corto e sintetizzando, alla base della mia tesi c’è la banale constatazione che la maggior parte di coloro che non posseggono familiarità con il death metal tendano a riassumerne i connotati stilistici con frequenti associazioni al rumore, il che porta a comuni desinenze all’approfondimento del genere stesso. Certo, per rilevare questo non servivo io e un anno e mezzo dedicato interamente alla scrittura: la cosa però si fa più interessante quando ci ricordiamo che di rumore, proprio, non si tratta. Cosa genera in automatico, allora, questi misunderstandings? Quali sono le tipicità del death metal maggiormente imputabili a innescare questi frettolosi giudizi? La mia ricerca, durata tutto il percorso, ha permesso di evidenziare come molte delle “bussole” con cui sono abituati ad orientarsi nell’ascolto coloro che ricercano nel consumo della musica un momento di svago disinteressato, nel death metal, vengano negate o compromesse. Per fare solo pochi esempi, nel genere le strutture formali (ritornelli, strofe, bridge ecc) sono poco chiare, sovrapponibili, e spesso confluiscono l’una nell’altra attraverso transizioni musicali improvvise; vi è inoltre un abbondante utilizzo, in sede compositiva, di scale simmetriche (cromatica, esatonale, aumentata, diminuita ecc) per cui il senso di tensione e risoluzione dato dall’asimmetria intervallare che invece interessa la scala maggiore viene perso. Virtualmente, in termini molto semplici, ogni punto dei riff può rappresentare il suo inizio o la sua fine, e ciò può causare disorientamento per chi non è abituato all’ascolto. Tuttavia ho ipotizzato che l’elemento che va a rendere maggiormente complesso un primo approccio al genere sia proprio il timbro. La distorsione, che in gran parte della Popular Music interessa essenzialmente la chitarra, nel death metal è estesa all’intero organico strumentale e alla voce. In generale è quindi possibile parlare di spettromorfologie inarmoniche, che nel contesto storico e culturale occidentale vengono spesso fraintese con il rumore e considerate alla stregua di un unico fenomeno acustico privo di dignità formale e artistica (seppure, sul piano dell’identità spettrale, si tratti di elementi differenziati e dunque DA DIFFERENZIARE!). A questo proposito, tutto il passato della nostra tradizione compositiva e della liuteria ha fatto sì che nella società si radicasse l’idea che il rumore (e parallelamente l’inarmonico) fosse un entità da respingere e che, inoltre, fosse interrelato all’esperienza del dolore, rappresentando qualcosa che potenzialmente è in grado di provocarlo. Ciò che a questo punto diventa interessante considerare è che la nostra percezione del suono non dipende unicamente dal ricavato informazionale del senso dell’udito. Al dato puramente acustico si vanno infatti ad integrare ulteriori stimoli che ne ricercano automaticamente il legame con il contesto della fonte che lo ha generato, ma anche fattori intermediali di natura extra-contestuale legati, ad esempio, all’esperienza personale del suono stesso, al significato che esso assume nella cultura d’appartenenza dell’ascoltatore, a che sensazione proverei se lo avessi generato personalmente, oltre che ad associazioni metaforiche con oggetti o soggetti che ne condividono aspetti qualitativi (motivo per cui spesso un suono grave viene associato a un oggetto “visivamente” pesante, per dirne una). Ho quindi ipotizzato che alla base dei frequenti fraintendimenti con il death metal ci possano essere (al di là del gusto, della tolleranza, e delle dinamiche strettamente soggettive) anche i meccanismi che regolamentano la percezione, per cui i livelli di saturazione inarmonica che lo contraddistinguono porterebbero, sul piano cognitivo, a processarne i timbri caratteristici anche in accordo a un immaginario da cui, culturalmente e storicamente, siamo abituati a “difenderci”, a fuggire (in questo anche l’estetica di abbondante gorehorror e satanismo gioca un ruolo molto significativo) o a sminuire. Questo è, appunto, il motivo per cui una tesi di laurea magistrale sul death metal suscita così tanto scalpore. Ci sono inoltre le basi fisiologiche: l’analisi algoritmica del segnale sonoro, portata avanti servendomi del software Sonic Visualiser mi ha permesso di rilevare, ad esempio,  che per il campione d’analisi dei trenta dischi da me selezionati sia presente un valore di centroide (concentrazione energetica) medio di 3333 Hz. Il risultato diventa particolarmente significativo se pensiamo che la frequenza di risonanza del canale uditivo coincida con i 3-4 kHz: siamo particolarmente sensibili e reattivi a questa fascia, percependo i suoni che “vi ricadono” come più intensi rispetto al volume reale. Ma non finisce qui.. gli aspetti che ho analizzato sono tanti altri e questi sono solo pochissimi esempi. Mi è quindi venuto spontaneo interrogarmi su quale sia la disposizione d’ascolto, messa in pratica dai metalhead, che permetta prima di abituarsi e interiorizzare, poi di ricercare e amare, suoni “potenzialmente” spiacevoli e dall’indiscutibile impatto. Sono in particolare debito con teorie quali l’ecoute reduite di Pierre Schaeffer e l’active listening di Andrew Hugill, ma alla fine ne sono venuto a capo con una personale. Una seconda parte della mia tesi è infine dedicata all’indagine dei piaceri d’ascolto del death metal, in cui ho voluto mettere in evidenza come le peculiarità timbriche e compositive di questo genere musicale possano cooperare, innescando un’esperienza d’ascolto immersiva e coinvolgente in un universo musicale che rivendica il suo status primario di suono, interagendo anche con le nostre strutture corporee.

Gabriele in azione

Perché hai scelto di trattare proprio il tema del death metal?

Al di là di quello che già sarà trapelato dalla scorsa risposta, che sottintende la volontà di indagare profondamente le strutture intime che animano ciò che più mi sta a cuore, ho scelto un tema come il death metal perché la letteratura accademica che lo approcci in maniera più scientifica è oggettivamente scarsa. Studi che ne ripercorrono seriamente le principali fasi storiche, così come quelli incentrati sulle dinamiche più sociologiche e culturali, sono fortunatamente già stati fatti (anche se raramente in Italia). Penso tuttavia che necessitino di venire accostati da altri interrogativi che ne esaltino la complessità e la dignità anche su altri piani dell’estetica e dell’arte. Altra motivazione è stata, ovviamente, l’averlo suonato tanto, suonarlo ancora ed essermene conseguentemente innamorato, anche per le particolari disposizioni che richiede per essere insegnato-appreso compiutamente sullo strumento.

Cosa significa essere metallaro per te?

Cosa voglia dire essere metallaro dipende dalle inclinazioni soggettive di chi fa parte della scena e dall’influenza  di chi sta fuori.  Può voler dire gonfiarsi di birra, possedere gelosamente tutte le prime demo e le magliette di tutte le band più importanti per il genere, fino a conoscere a memoria i nomi e la data di nascita di tutte le tizie che hanno deliziato i nostri paladini in tour. Può voler dire sentirsi legati indissolubilmente ai propri “fratelli” in giro per il mondo, commuoversi guardando Rocky e “cinguettare” amabilmente agli animaletti domestici mentre dall’esterno tutti ti vedono come l’antitesi del bravo ragazzo in grado di provare empatia. Può voler dire decidere di identificarsi in quel “cattivo ragazzo”, mandando tutti a quel paese senza fornire spiegazioni, forti del fatto di poter contare sulla musica “più tosta di tutte” come supporto incondizionato. Essere metallaro può voler dire impermeabilità nei confronti di nuove “minacciose” proposte musicali, essere reazionari e talvolta vivere in un passato che non si è mai vissuto, forse distorto e idealizzato, il tutto per partito preso e senza la voglia (lecita) di capire il perché. Essere metallaro vuol dire anche apertura al dialogo e al confronto con gli altri, accettando che forse i migliori dischi delle band non sono solamente i primi due. O forse sì, sono proprio i primi due. Ma essere metallaro, in ogni caso, vuol dire vivere un rapporto personale profondo con la propria musica, un rapporto di onestà e sincerità che porta a smembrarla e a volerla conoscere anatomicamente, quel tanto che basta a soddisfarci nella nostra “fame” singolare, individuale. Quello che conta, secondo me, è proprio la volontà di raggiungere questo stato di felicità e completezza. Ognuno deve poter fare come vuole.

Il brano Immortal Rites dei Morbid Angel, tratto da Altar of Madness

Che tipo di riscontro hai avuto dal tuo relatore e dalla commissione?

Il rapporto con il mio relatore, Alessandro Bratus, è sempre stato ottimo in quanto sin da subito mi sono messo nella posizione di colui che deve solo imparare. Affacciarsi a un certo tipo di percorso universitario con la spocchia di chi conosce già tutto è la più grossa cavolata che uno può fare, magari solo perché chi abbiamo di fronte è estraneo al genere. Il death metal, seppur collocandosene ai confini, fa sempre parte della Popular Musicbranca di studi musicologici di cui Alessandro è davvero esperto.Quello di cui io avevo bisogno era un metodo d’analisi che mi permettesse di rispondere alle mie domande nella speranza di contribuire in maniera originale alla letteratura specialistica. Per quanto riguarda la commissione, avevo sostenuto esami con ognuno dei membri, che a Cremona guida corsi specifici (dall’approfondimento analitico dei repertori post-tonali, seriali, allo spettralismo, alla sociologia della musica ecc), quindi in parte già mi conoscevano come studente. Inoltre, per fortuna, docenti infinitamente competenti e preparati, seppure di estrazione musicale più “colta”, sanno bene che se la Musicologia si affronta con il paraocchi si va poco lontano. L’importante è, ripeto, la volontà di mettersi in discussione, con l’umiltà di ascoltare chi è più competente di te, che di certo non ha interesse nel raccontarti baggianate. Tutti dovremmo esserlo, più umili, soprattutto verso noi stessi. La discussione è andata per il meglio, 110 e lode!

Hai suonato in tre band importanti per la scena underground estrema. Vivendola, cosa ti senti di dire? Si tratta di una scena viva e…che problemi ci sono da affrontare in Italia dal punto di vista della musica live?

Ti ringrazio. Nel panorama estremo ho suonato come chitarrista in Electrocution, Handful of Hate e Neurasthenia. Non sai quanto mi manchino i “tupatupa” e i blast beat! Nella pratica musicale sono state tra le esperienze più significative della mia vita. Se sono ciò che sono non posso che ringraziare Neil Grotti, Matt Lehmann, Mick Montaguti, Rudy Mariani, Vella, Nicola Bianchi e tutti gli altri membri delle band per aver creduto in me. Tornando al presente, sto suonando con Il Garage Ermetico assieme a Roberto Diatz, Simone Busatti e Giovanni Palmitesta (Room 6) in cui proponiamo un progressive influenzato dallo stoner e dal grunge di scuola Seattle. Stiamo finendo di registrare il primo EP che speriamo di poter presentare al pubblico quanto prima. Al di là di questo, nell’ultimo anno ho collaborato a un po’ di progetti che stanno per uscire: uno di cui sono particolarmente fiero è il disco Fatberg del mio caro amico Marco Capellazzi (Caplaz) che uscirà il primo di maggio, ve lo consiglio perché lui è veramente un musicista ENORME. Parlandoti della scena estrema posso dirti che in Italia, a mio avviso, è estremamente viva e feconda per quello che riguarda le risorse umane…il problema è che come sempre ci tocca guardare all’estero..

Segui riviste e siti?

Seguo essenzialmente metal-archives.commetalitalia.commetal.ittruemetal.itrockandmetalinmyblood.commetallized.itmetallus.it.

DENTRO O FUORI; scegli una delle due risposte e spiega perché.

Morbid Angel o Cannibal Corpse?

Ti direi Morbid Angel perché Altars of Madness è in assoluto l’album che mi ha fatto avvicinare al death metal. Non la butterò sullo “scientifico” e l’accademico, mi limiterò a rispondere a quest’ultima parte dell’intervista di getto senza pensarci troppo. In assoluto penso che sia stato anche il primo vero disco del genere in cui ogni elemento era maturo e la brutalità della heavyness tangibile (non me ne vogliano Possessed, Carcass e Death).

Vino o birra?

Sono toscano, veda lei! Dai…è un po’ come se mi avessi chiesto se voglio più bene a mamma o a papà!

Slayer o Testament?

In questo caso ti rispondo Slayer per il contributo infinitamente enorme che hanno dato alla nascita di quello di cui stiamo parlando. Se non ci fossero stati gli Slayer avremmo qualche migliaio di dischi in meno, e forse in tanti non avrebbero nemmeno cominciato a suonare.

Cd o vinile?

CD perché passo gran parte della mia vita in macchina e, per ora, il lettore legge solo quelli.

2 commenti

  1. Ciao, il relatore e’ per caso Agamennone? Ho fatto la tesi con lui a Venezia nel 2002: Musica e Cultura DIY. Mi piacerebbe leggere la tua tesi. Death meglio dei Morbid, in ogno caso XD. Saluti.

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