Recensione: L’omonimo disco degli Aymara sorprende per compattezza e forza nel proporre idee

di Francesco Bommartini

E’ bello sapere che in Italia c’è ancora chi non ha timore nell’alzare il volume e proporsi in italiano. Mi riferisco agli Aymara, gruppo bresciano nato a fine 2017 per volontà di Alberto Marcon (voce e chitarra), Alessandro Bosio (batteria) e Riccardo Alghisi (basso). Ragazzi che non sono di primo pelo, ma che infondono estrema passione nella loro arte.

Il loro è a tutti gli effetti un rock di stampo alternativo che riesce a portare il flavour di qualche anno fa negli anni novanta, Ma la cosa che stupisce è la forza sprigionata dall’ensemble. Come prova l’opener L’alfiere, ma pure la successiva Strappa le nuvole, potete dimenticare l’alternative efebico.

Qui di deboluccio non c’è niente: dalle distorsioni, a certi andamenti simil grunge, alla voce urlata di Alberto Marcon. I cui testi introspettivi ma spesso urlati vengono sublimati dai suoni accattivanti cesellati nell’IndieBox Music Hall di Brescia. Davvero un ottimo lavoro.

Moderna è anche la durata del platter: 36 minuti per 10 brani puntuti, pieni di sostanza. Peccato che i tempi in cui Il Teatro degli Orrori e I Ministri erano osannati dal pubblico indie sembrino passati, perché gli Aymara dimostrano che il rock in Italia c’è. Basta ascoltare!

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